Il progetto in sintesi

La cantina ipogea è la tana calda, è la mamma, è la terra madre che accoglie il vino dentro di se e lo nutre
e lo rende forte pronto a camminare per il mondo.

Le cantine di Cairano sono state usate fino a pochi decenni fa ed alcune sono ancora in uso, con pochi accorgimenti ed i lavori necessari ad ottenere l’autorizzazione sanitaria saranno presto pronte ad accogliere nuovamente l’uva ad il vino.

I vini prodotti saranno frutto del nomadismo delle uve, cercheremo le vigne piccole frutto, come nella esperienza di tanti che conosco, di una intuizione, di un innamoramento, di un moto della volontà indisciplinato alla logica,
uno scatto d’amore piuttosto che un freddo ragionamento o una pianificazione a tavolino.

I frutti di questi amori saranno quelli che prenderanno forma all’interno della Fabrica, anche per questo si chiama Fabrica del Vino e non la Fabbrica dei vini perché anche se si ama al plurale il sentimento si indirizza con sicurezza verso un solo oggetto/soggetto alla volta. ‘

La Fabrica è un luogo legato alla trans-formazione, è il luogo dove il sentire prende forma
non è il luogo della genesi, è il luogo della mutazione del divenire.

MILLE MILIONI DI PEZZI UNICI

L’obbiettivo è produrre un centinaio di quintali di vino in due anni, saranno tante piccole partite di 5/10/15 ettolitri, ogni vino costruito come un oggetto unico. L’indirizzo produttivo della Fabrica è quello di generare una molteplicità infinita di pezzi unici, sarà un centro di formazione per la riproducibilità dei pezzi unici un laboratorio creativo permanente dove ogni vino è un progetto.

A questo progetto possono essere associate degli oggetti o svariate figure, ospiti legati al vino ma anche no: enologi, artisti, cuochi, appassionati, viaggiatori, poeti, visionari, vecchi depositari di saperi e sapori desueti e fuori moda o di specifiche conoscenze. Andremo a cercare il Genius Loci nelle persone, nei cittadini, in quelli che vivono in campagna ed in Campania ma anche legati al Mediterraneo, mare che unisce.

Immaginiamo la fabrica come un organismo in perenne movimento nella forma e nella sostanza, che si alimenti del caos accettando suggerimenti, accogliendo istanze, un calderone ribollente di idee e situazioni.